MAMMA CATTIVA

Quando la mamma è la sola a dare le regole per crescere, diventa la "mamma cattiva". È un problema diffuso. Come fare? 

Lawrence Kohlberg (1927-1987), studioso delle tappe dello sviluppo morale nell’uomo, afferma che nella fase infantile pre-convenzionale (che può durare fino ai dieci anni) il bambino si muove secondo la logica ‘premio-punizione’  e seguendo il proprio piacere: il bambino giudica ‘giusta’ l’azione che non viene punita e quella da cui può aspettarsi un vantaggio.
Mancando del tutto l’autonomia morale, questo “vuoto di potere” crea i comportamenti irresponsabili tipici di quest’età.
Qualcuno allora deve provvedere a instaurare le regole per la sopravvivenza e per la convivenza.
Ma come si diventa una "mamma cattiva"?
A volte i padri preferiscono tornare a casa e mettersi a giocare con i figli di cui rimangono solo ‘amici’ alla pari e senza patti (‘sono piccoli, lasciamoli vivere felici, siamo amici’), sono troppo tolleranti e permissivi, anche in aperta opposizione contro la mamma che rimane l’unica a dettare le regole. A volte anche i nonni contribuiscono a sminuire ciò che dice la mamma. Ecco allora che quando la mamma si trova sola a lottare per dare regole ai figli diventa “mamma cattiva”, “ tu non mi vuoi bene”, “la nonna e il papà mi lasciano fare tutto e tu no”.
L’educazione avviene all’interno di un sistema dove i messaggi dovrebbero essere coerenti. Per questo non è possibile educare al meglio se gli adulti non si mettono d’accordo sugli obiettivi educativi e sulle norme da instaurare. L’accordo andrebbe trovato anche riguardo ai modi con cui imporre le regole.
Una regola non va solo ‘spiegata’ (un bambino non possiede neppure lo sviluppo cognitivo adeguato a comprenderla), va soprattutto imposta con autorevolezza da parte di tutti gli adulti della famiglia.
In questo modo il bambino si sente al sicuro perché sa come comportarsi e sente di appartenere al suo gruppo (famiglia) in cui tutti dicono e fanno le stesse cose. 
Altrimenti è un vero problema, sempre più diffuso, che non riguarda tanto il bambino in sé, ma l’interazione col sistema familiare. Sono gli adulti che devono mettersi d’accordo per dare segnali coerenti. Diversamente i figli si trovano in quel vuoto di potere che prelude all’attuazione di comportamenti irresponsabili.